Snowden – la recensione

Ci  sono due modi di fare biopic. Il primo è il più elementare, quello scolastico, quello che prende le nozioni ci mette su una parvenza di montaggio e ti racconta i fatti come sono. Il secondo è quello che mescola le carte in tavola, raccontando la storia, ma allo stesso tempo intrattenendo anche dal punto di vista visivo e stilistico lo spettatore.
Purtroppo Snowden, deludendo non di poco le aspettative, sceglie la strada più semplice e da uno vecchio lupo come Oliver Stone una cosa del genere non te l’aspetteresti.

11La storia è quella di Edward Snowden che nel 2013 lascia con discrezione il suo impiego alla National Security Agency e vola ad Hong Kong per incontrare i giornalisti Glenn Greenwald e Ewen MacAskill, e la regista Laura Poitras, allo scopo di rivelare i giganteschi programmi di sorveglianza informatica elaborati dal governo degli Stati Uniti.

Documentario Vs. narrazione. E’ questo il primo pensiero che viene in mente alla luce di un film come Snowden che deve, per forza di cose, vedersela con il bellissimo film Citizenfour e verso il quale, oltre ad avere il debito di qualche personaggio e inquadratura, deve per forza di cose prendere una strada diversa. Deve inserire nella realtà la finzione narrativa, quella che trasforma un semplice documentario in un film vero e prorio.

Stone sa di dover rielaborare in forma puramente cinematografica la paranoia del suo protagonista, ma non riesce a svilupparla in maniera convincente tanto da far il risultare il tutto molto superficiale e piatto. Certamente Snowden è uno di quei film che, al pubblico, non di dispiacerà, perché si lascia guardare e non è pesante, però da questo tipo di pellicola e da un regista del genere ci si aspetterebbe il guizzo, quel je ne sai quoi che invece qui manca completamente.

jgl-shailene-snowden-07apr15-11Snowden non riesce a trovare un equilibrio tra la parte umana (il rapporto con la fidanzata) e quella lavorativa, scavando nell’ovvietà invece di rischiare, di addentrarsi completamente nella paranoia tirando fuori davvero quel film di cui si sentiva il bisogno. Stone è appassionato al suo racconto, lo si vede, ma questo lo porta a creare qualcosa di artificioso, con i flashback che invece di donare fluidità, portano rigidezza e rendono il procedere del film fin troppo meccanico e prevedibile.

Qualcosa però dobbiamo salvare di questa pellicola, oltre al bravissimo Joseph Gordon-Levitt che ha fatto un lavoro di voe pazzesco, ed è l’ultima parte: questa, finalmente, trova la tensione che si cercava, l’angoscia risulta palpabile e il ritmo serrato. Insomma tutto quello che volevamo vedere in 2 ore e 15 di film lo ritroviamo nell’ultima mezz’ora. Peccato, perché con il giusto piglio qui si poteva essere davanti ad uno dei più grandi film dell’anno.

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