The Shape of Water, la recensione del film di Guillermo del Toro 

L’acqua è  fonte di vita. L’acqua toglie, l’acqua dà. Se non ci fosse non riusciremmo nemmeno a provare amore, non riusciremmo a far viaggiare quelle molecole che creano la chimica che fa battere il nostro cuore. Vita e acqua sono al centro dell’ultimo bellissimo film di Guillermo del Toro, che dopo il mezzo passo falso con Crimson Peak, torna ai vecchi splendori con una fiaba emozionante e dalle varie sfumature.

The Shape of Water è,  infatti, un racconto ultraterreno ambientato intorno al 1962 sullo sfondo dell’America della Guerra Fredda. All’interno del remoto laboratorio governativo di massima sicurezza dove lavora, la solitaria Elisa è intrappolata in una vita di silenzio e isolamento che viene cambiata per sempre quando lei e la sua collega Zelda scoprono un esperimento segreto.

Guillermo del Toro inserisce in questo suo racconto meraviglioso diversi generi che vanno dal noir  fino ad arrivare al film musicale, fondendoli in maniera perfetta all’interno di un calderone che mette al centro la diversità e l’amore. Un connubio questo che sembra non poter più essere slegato e che lega quello che potrebbe essere un film fantastico alla realtà in maniera forte e decisa. Non c’è un secondo che non crediamo alla storia d’amore tra la creatura ed Eliza che, come la sua omonima  Doolittle, trova un pigmalione  fuori dal comune che la fa ‘danzar  ancor’ e le insegna ad amare. In Nico della Nicchiarelli  Christa ieri cantava the greatest lesson learned is to love and be loved in return ed è questo il motore che guida tutto il film di Del Toro. Non importa che siano due esseri diversi, non esiste diversità quando due persone decidono di condividere la propria storia, il proprio cuore e amore.

A questo, il regista aggiunge una delle sue più classiche tematiche: chi è il vero mostro? L’essere umano o lo bestia? Domande che trovano risposta nelle immagini incantevoli che The Shape of Water incatena una dietro l’altra con raccordi meravigliosi e delle battute intelligenti, divertenti e pungenti messe in bocca ai grandissimi Richard Jenkins e Octavia Spencer. Un discorso a parte lo merita Sally Hawkins che, costretta a recitare solo con il linguaggio dei segni, centra il ruolo della vita, regalandoci grandissime emozioni solo con la sua espressività . Trasmetterci quell’amore così puro che non chiede niente in cambio ad ogni frame, è degno di una prossima nomination agli Oscar e all’altezza delle migliori star del cinema muto.

E poi c’è il genio di Guillermo, sì chiamiamolo per nome, perché le sue storie, le sue favole per adulti parlano al nostro cuore di bambino che ha ancora bisogno di racconti, che brama per avere una nuova storia con cui andare a dormire, ma che vuole anche rivedersi, capire che quell’ amore è anche un po’ suo, che la fantasia non è poi così lontana dalla sua realtà, che ci si può ancora lasciare trasportare dal flusso di un racconto e lasciare che quello ci accompagni per ore, mesi, anni o forse per la vita. Questo è  The Shape of Water, un film immenso, già un classico del genere che non finirà  mai di emozionare nemmeno quando, per tutti, sarà normale accettare ed amare quello che, ancora oggi, consideriamo diverso.

Choose love over fear – Guillermo del Toro 

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