Una Famiglia, la recensione del film con Micaela Ramazzotti 

Che cos’è una famiglia? Cosa rende un gruppo di persone tali? Fin dove ci si può spingere per averne una? Questo e molto altro mette in scena Una Famiglia di Sebastiano Riso che mette in campo argomenti forti con potenza e attenzione, senza giudicare dando ad ognuno la capacità di dare voce alle proprie esigenze e lasciando lo spettatore il compito di puntare il dito, indignarsi e, soprattutto, riflettere, rimanendo però ingabbiato  dal punto di vista narrativo.

Vincent è nato vicino a Parigi, ma ha tagliato ogni legame con le sue radici. Maria, più giovane di quindici anni, è cresciuta a Ostia, ma non vede più la sua famiglia. Insieme formano una coppia che non sembra aver bisogno di nessuno e conducono un’esistenza appartata nella Roma indolente e distratta dei giorni nostri. In più, Vincent e Maria sono bravi a mimetizzarsi. Quando tornano a casa, fanno l’amore con la passione degli inizi, in un appartamento di periferia che lei ha arredato con cura. A uno sguardo più attento, quella quotidianità dall’apparenza così normale lascia trapelare un terribile progetto di vita, portato avanti da lui con lucida determinazione e da lei accettato in virtù di un amore senza condizioni. Un progetto che prevede di aiutare coppie che non possono avere figli. Maria decide che è giunto il momento di formare una sua famiglia. La scelta si porta dietro una conseguenza inevitabile: la ribellione a Vincent, l’uomo della sua vita.

Italia, il paese in cui la famiglia ha un’importanza massima, capace il nostro bel popolo di difenderla fino alla fine, mettendola davanti a tutto , ma anche in grado di condannarla senza pietà quando non corrisponde ai canoni classici. Un popolo pieno di contraddizioni che fa di tutto per complicare la vita a chi non vuole fare niente di male, ma adottare un bambino dando a lui, e a loro stessi, una nuova possibilità. L’iter per tutti, però , che tu sia etero, single o gay è un calvario e allora è giusto seguire altre vie come acquistare un bambino dalle incubatrici umane come Maria? C’è una drammaticità in questa visione del mondo che Riso rende molto bene almeno per tre quarti di film, tirandola poi un po’ troppo per le lunghe e appesantendo una sceneggiatura che di per sé potrebbe considerarsi anche buona.

Lontano dal sottolineare la mostruosità dell’essere umano, anche se carnefice e vittima risultano abbastanza delineati, Una Famiglia evita il didascalismo del cinema italiano di genere entrando subito nell’ azione e mettendo lo spettatore davanti a continue riflessioni. Ed è questo un film che essenzialmente fa pensare che non ha picchi dal punto di vista cinematografico, ma che diventa importante per il coraggio che ha nel mostrare certe tematiche quasi tabù in Italia. Anche nel trattare la coppia omosessuale come una coppia qualunque evitando i cliché è, purtroppo, nel nostro cinema rivoluzionario. La difficoltà che loro hanno di adottare è la stessa di una coppia etero ed è qui che la pellicola si fa importante, più per contenuti che altro.

I personaggi di Riso risultano, infatti, piuttosto statici, non partono da un punto per arrivare ad un altro, ma rimangono in qualche modo fermi nelle loro posizioni. Anche Micaela Ramazzotti, ingabbiatanel solito ruolo di madre-bambina, anche nella sua ribellione sembra più essere sballottata di qua e di là che protagonista di un’evoluzione vera e propria. Sono gli eventi a spostare tutti questi personaggi, i loro cambiamenti interiori ci sono ma in qualche modo si perdono dietro a delle tematiche così importanti e pesanti da surclassare l’intero impianto cinematografico.

Nonostante però l’evoluzione dei personaggi rimanga alquanto abbozzata, Una Famiglia è un film che va visto con il pregio di puntare i riflettori lì dove l’Italia famigliare volta lo sguardo. 

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