Allied, la recensione del nuovo film di Robert Zemeckis

Se Humphrey Bogart ed Ingrid Bergman avessero i volti di Brad Pitt e Marion Cotillard, la celebre frase del film di Michael Curtiz si trasformerebbe in “Avremo sempre Casablanca”. Allied, il nuovo film di Robert Zemeckis (papà di Ritorno al Futuro e Forrest Gump) firmato dal genio di Steven Knight (fautore di Locke presentato ed amato a Venezia qualche anno fa), è un omaggio a Casablanca, del quale prende le atmosfere iniziali, ma nel quale alla storia d’amore aggiunge la tensione, il voyeurismo, portando su diversi livelli una pellicola di cinema puro che vuole essere più verosimile possibile.

1942 Marocco, Max Vatan, spia canadese interpretata da Brad Pitt, incontra Marianne Beauséjour, la sempre bravissima Marion Cotillard, per portare a termine una missione: eliminare l’ambasciatore tedesco in città. Ad “intromettersi” tra i due sarà però l’amore che li porterà a mettere su famiglia a Londra. Ma il dramma è dietro l’angolo: il comando avverte Max che Marianne potrebbe in realtà essere una spia tedesca. Cosa fare? Seguire il cuore o la mente?

Quella che fin da subito potrebbe sembrarvi la versione drammatica di Mr & Mrs Smith, si distingue invece per far parte di quella categoria di film che non si fanno più. Sì perché una pellicola del genere, che attinge dal dramma la sua linfa vitale, sembra essere uscita direttamente dagli anni Cinquanta, tanto che se si fosse deciso di farlo in bianco e nero o con un antico Technicolor, non ci saremmo stupiti più di tanto. Ed è allora che scatta il meccanismo del cinema, quello puro, quello vero, quello di una volta, quello che ti fa entrare nella storia e condividere ogni piccola sensazione, quello che evita di bombardarti di sonoro, ma che ti fa emozionare solo con lo sguardo degli attori, con delle battute dette al momento giusto, con una storia che è verosimile e verso la quale non fatichiamo a credere.

Zemeckis e Steven Knight sono due narratori eccezionali, uno mette in scena le favole che l’altro scrive, senza mai lasciare niente al caso, giocando su un filo del rasoio rischioso tra amore e tensione, tra dramma e azione. Allied, infatti, non ha sbavature, è un film pulito, calibrato, onesto nel non cercare stratagemmi narrativi, ma affidarsi alla semplicità elementare guardando al passato, ma pensando allo spettatore del presente.
Questo legame con la contemporaneità lo si vede in particolar modo nella fotografia del fidato Don Burgess e in una messa in scena che, molte volte, può avere il sapore troppo patinato e finto, ma che sappiamo sposarsi perfettamente con la cinematografia “fotorealistica” di Zemeckis, che è consapevole di questa scelta e che chiede allo spettatore un atto di fede, di accettazione, come una volta, senza battere ciglio, si accettavano i fondali in cartone o a rullo.

C’è poi da dire che Knight nella sua sceneggiatura fa un passo ulteriore per allontanarsi da un racconto del passato: mette il personaggio femminile nel ruolo di “persona che nasconde qualcosa”. Un tempo, ma anche senza scomodare per forza il passato guardando i più recenti thriller/horror, questo escamotage narrativo, veniva e viene in un certo genere di film legato principalmente all’uomo con la donna che, invece, subisce il mistero del suo amato. Qui il tutto viene ribaltato, in una matrioska che mette il film nel film, che relega l’azione all’inizio e poi sta in bilico, come detto, tra tensione e dramma a beneficio di una suspense che non si allenta mai, grazie e soprattutto alla sottile recitazione di Marion Cotillard, che ci lascia sempre in sospeso tra il crederle e il non crederle, permettendo a Zemeckis di mettere sulle sue spalle l’intera credibilità del film, in un’ultima scena, in un ultimo sguardo che racchiude un mondo inespresso, ma allo stesso tempo espresso, che ci fa emozionare come solo le grandi star della Hollywood d’oro hanno saputo fare.

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