Arrival, la recensione del film con Amy Adams

La nostra esistenza è composta da storie, da piccoli tasselli che, visti a posteriori, compongono il libro della vita. Tratto da “Stories of Your Life” di Ted Chiang, Arrival di Denis Villenueve, presentato alla scorsa Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, è uno di quei film che utilizza lo sci-fi per raccontare altro, per parlare della comunicazione, di quell’illusione che al giorno d’oggi sia ai livelli massimi e di come invece si interrompa lì, nel momento in cui alla tecnologia, subentra il gesto diretto, la parola (un po’ come aveva fatto nel 2012 “Disconnect” di Henry Alex Rubin, presentato sempre a Venezia, e non è un caso che per entrambi i film sia stata usata la stessa theme musicale di Max RichterOn the Nature offline Daylight”).

La storia parte da uno degli elementi più basilari del film di genere: un atterraggio sulla Terra di una navicella aliena significa pace o guerra? L’esercito chiama in causa un’esperta di linguistica (Amy Adams) per capire se le intenzioni degli invasori siano pacifiche o se, invece, rappresentino una minaccia.

La scoperta del fuoco, la ruota, il linguaggio dei segni e poi la vera e unica rivoluzione: la creazione di un linguaggio. La parola come strumento, come arma, come spada e come piuma e l’arrivo, “arrival”, da intendere sia come partenza, ma anche come punto d’inizio, da dove ricominciare. C’è uno strato continuo di poesia nelle immagini di Denis Villenueve e del suo  direttore della fotografia Bradford Young, che riesce con uno sguardo che ostenta colori freddi e distaccati, a creare un’empatia solida e diretta con lo spettatore, a sbriciolare qualsiasi barriera, non solo tra la protagonista e il linguaggio alieno, ma anche tra chi guarda e la scrittura da cinema, il verbo. E come ogni parola che usiamo può avere significati diversi, così le immagini assumono significati differenti in base se ci riferiamo all’intreccio o alla fabula.

A fare da canale tra noi e la storia, a districarci tra, appunto, intreccio e fabula, ancora una volta una donna, una sublime Amy Adams il cui sguardo, come quello di Emily Blunt nel precedente e bellissimo Sicario, ci guida  in un racconto struggente, fortemente legato alla realtà di tutti i giorni, che si maschera sotto lo sci-fi, ma allo stesso tempo rimane sospeso nel tempo e nel luogo, avvolgendo la mente di chi guarda, regalando una lezione di cinema di sublime bellezza, dove nessuna virgola è fuori posto.

Rispetto a tutti i lavori precedenti di Villenueve, poi, troviamo in questa pellicola una forte umanità, riducendo tutto a linee elementari, alla vita e alla morte, all’arrivo in questa Terra e alla dipartita, lasciando dietro di noi un segno, una linea nella vita degli altri, in grado, magari di cambiar la loro esistenza.

Arrival è un film di rara bellezza, che emoziona in ogni sua scena, ma ancora di più nel sul significato, nel profondo, nelle sfumature, lì dove tutto prende senso, lì dove il fiume nero dell’inchiostro diventa immagine e ci parla diretti al nostro cuore.

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