Logan, la recensione del film con Hugh Jackman

La saga degli X-Men con i suoi spin-off e vari prequel, ha sempre offerto un certo genere d’intrattenimento famigliare e fracassone. Ed è per questo che quando ci si trova ad assistere ad un film come Logan ci si sente disorientati, spiazzati davanti a cotanta inaspettata bellezza e poesia.

Siamo nel 2029. I mutanti sono spariti, o quasi. Un Logan isolato e scoraggiato sta affogando le sue giornate in un nascondiglio in un remoto angolo del confine con il Messico, racimolando qualche dollaro come autista a pagamento. I suoi compagni d’esilio sono l’emarginato Calibano e un Professor X ormai malato, la cui mente prodigiosa è afflitta da crisi epilettiche sempre peggiori. Ma i tentativi di Logan di nascondersi dal mondo e dalla sua eredità finiscono bruscamente quando una misteriosa donna arriva con una pressante richiesta: Logan deve scortare una straordinaria ragazzina e portarla al sicuro.

Un film diverso già dal titolo, che non mette più al centro il supereroe, ma l’uomo, che già dal titolo, Logan, fa capire come James Mangold, regista, proceda per sottrazione, eliminando tutte quelle caratteristiche tipiche di un cinecomic.

Effetti più visivi che speciali, per raccontare la fine di un’era, il percorso di un uomo a cui viene messa davanti, quasi per ironia, la possibilità di essere felice anche solo per un istante.

Un film che taglia i ponti con “il per tutti” e si fa “per pochi”, dimenticando le buone maniere, il politically correct, aumentando la violenza e le scene di sangue, inserendole però in un contesto esteticamente poetico.

Mangold rischia, decidendo che per salutare un’icona come Wolverine e congedare Hugh Jackman, bisogna tagliare i ponti con il passato (come d’altronde fa lo stesso Logan), creando un prodotto nuovo. Un ibrido a metà strada tra il blockbuster e il film d’autore, che finalmente decide di dare risalto alla storia e di tirare fuori l’anima più rude e sporca di un cinecomic.

Logan riesce a commuovere grazie ad un apparato tecnico e artistico di grande valore e che si mescola in maniera intelligente con un trittico perfetto come Hugh Jackman, Patrick Stewart e la promettente Dafne Keen, che come la Millie Bobby Brown di Stranger Things, ci regala una performance dolorosa e sofferente, fatta principalmente di sguardi.

Abbiamo molte volte etichettato questo genere cinematografico come vuoto, a volte addirittura privo di senso. Logan, invece, riesce a ribaltare anche questo concetto, donando spessore e anima ad un genere che non ha mai avuto la pretesa di regalare allo spettatore qualcosa di più delle classiche “botte da orbi”. Mangold non priva il pubblico delle scene d’azione, ma le rende anche quelle ricche di significato, mai fine a se stesse. Sono sempre combattimenti che si riflettono nello spirito del protagonista, che si trova a scontrarsi prima di tutto con se stesso.

Logan, inoltre, opera sul ritmo del racconto e lì, dove il genere imporrebbe velocità, lui rallenta, dando respiro, spiazzando chi da film così si aspetterebbe tutt’altro. Mangold ci offre il tempo di riflettere, non ci bombarda di effetti speciali e di rumori, ma ci dona un Wolverine più contemplativo, che si nutre di vita e poesia, più che di fracasso e moltitudine.

L’atto conclusivo di questa saga baratta, infatti, il molto per il poco necessario, le grandi città con i silenziosi deserti e boschi, l’effetto speciale fracassone con la riflessione del cinema autoriale.

Da Netflix alle ultime produzioni come I Guardiani della Galassia e Deadpool, la Marvel ci sta dimostrando che il cinecomic può essere molto di più di solo intrattenimento fine a se stesso, facendo con Logan un salto ulteriore, dimostrando che il fumetto può essere arte non solo su cellulosa, ma anche su celluloide.

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