Rogue One – A Star Wars Story, recensione

Ormai il mondo di Star Wars è tornato con tutta la sua Forza nelle nostre vite e, se l’anno scorso abbiamo salutato il ritorno nelle sale della creatura di George Lucas che oggi ha altri padri putativi, quest’anno si inaugura un nuovo ciclo di spin-off che ha come capostipite Rogue One – A Star Wars Story di Gareth Edwards, regista del dimenticabilissimo Godzilla.

Un regista, dunque, che sembra privilegiare storie di un tempo per farle rivivere nella nostra epoca. Qui, con Rogue One, fa un lavoro un po’ diverso creando una storia che faccia da tramite tra i cult della fine degli anni ’70 e i prequel del 2000. Dopo Rey del settimo capitolo della saga, troviamo una nuova eroina solitaria, Jyn, una sempre brava Felicity Jones, che allontanata violentemente dal padre si trova, ormai grande,  a combattere al fianco di un improbabile gruppo di eroi che intraprendono, in un periodo di conflitto, una missione per sottrarre i piani della più potente arma di distruzione di massa mai ideata dall’Impero, la Morte Nera.

Ancora una volta, qui, torna il tema dei padri e dei figli, fil rouge di qualsiasi capitolo di Guerre Stellari. Un conflitto, che si fa amore e poi torna ad essere conflitto, figli che passano la vita a cercare le loro origini, figli che perdono i genitori e imparano a cavarsela da soli, ma anche padri che, nonostante tutto, nonostante i lati oscuri, bramano per riavere al loro fianco i propri figli, padri che cercano disperatamente di proteggere i propri figli.

E fin da subito, su questo tema, l’approccio di Edwards è ruvido, duro, dimenticando la giocosità degli anni d’oro di Star Wars, sbatte subito in faccia la dura realtà, concentrando la sua visione su quei figli che, ormai cresciuti, lottano alla ricerca di una “nuova speranza”, su figlie che, lasciate sole (e qui Rey e Jyn si somigliano ancora di più) a duellare con la propria solitudine e coscienza.

Più che nel resto della saga, Edwards crea degli eroi che sono veri, reali, con tutte le loro fragilità; fortemente terrestri, come il mondo che gli circonda. Sì perché seppure ambientato in una galassia lontana lontana, i riferimenti ai fatti storici accaduti sulla Terra (dallo sbarco in Normandia, Pearl Harbour, fino al terrorismo dei giorni nostri) sono palesi, ma mascherati da grandi battaglie e in una lotta per la libertà e la pace che sembra tanto quella che, ogni giorno, nel proprio piccolo, combattano milioni di persone.

Ed è proprio Edwards che con estrema abilità riesce ad orchestrare il tutto, dividendo la sua pellicola, quasi fosse un’opera teatrale, in tre atti con un’introduzione, uno svolgimento dove porre le basi per un atto finale da fuochi d’artificio, dove il regista dimostra di avere un perfetto controllo del mezzo cinematografico con una battaglia intensa e coinvolgente, in particolar modo nelle riprese aeree, giocando con il 3D ed invitando lo spettatore a diventare parte della flotta dei ribelli.

Un capitolo più dark questo Rogue One, più ruvido e poroso, che lascia poco spazio all’ironia (affidata interamente al droide K-2SO) e che decide di essere più adulto e meno “giocattolo”, affrontando certi temi (anche e soprattutto politici) con maggiore consapevolezza, inficiando un po’ sulla dinamicità del racconto ma, nonostante una sceneggiatura discontinua e a tratti debole, riesce comunque ad esplodere nell’epilogo con un’ultima scena e un’ultima battuta che, per i fan della serie, lascerà un brivido.

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