Silence, recensione del film di Martin Scorsese

Schopenhauer affermava che la vita è un sogno e che il reale si nasconde sotto il velo di maya. Solo strappandolo con coraggio ci troveremo davanti alla verità e, per arrivare a ciò, l’unica cosa da fare è percorrere una via crucis dolorosa, sperando che, lacerato il velo, non si scopra di essere da soli. Martin Scorsese con il suo Silence segue questo concetto, mettendo però al centro di tutto la religione, ma in senso più ampio la fede, come àncora di salvezza per riuscire a superare indenne il supplizio. Ed è proprio il protagonista di questa storia, Rodrigues, interpretato da un sempre più maturo Andrew Garfield, che si troverà ad affrontare il reale, la paura che in realtà Dio o chiunque stia dietro la fede, non ci ascolti affatto.

Silence è una di quelle pellicole che scuote, intensa, che si lascia aperta a più letture, che pone lo spettatore nel ruolo chiave di decifrare i messaggi e farli propri, dove il silenzio è metaforico e allo stesso tempo assorda nelle rumore del vento, nel frusciare delle foglie, nell’infrangersi delle onde sulla scogliera, nelle urla dei perseguitati, nella risata del perseguitatore, nei singhiozzi dei richiedenti aiuto, nelle preghiere di chi è alla ricerca di una risposta.

Martin Scorsese, seppur rimanendo fedele al suo stile, inserisce chiari riferimenti al cinema nipponico unendo la spiritualità del cinema di Ozu alla ruvidezza dei film di Kurosawa, mettendo in contrapposizione la verticalità e l’ampiezza della natura dal grande respiro, alla claustrofobica linearità delle costruzioni giapponesi, dove la prigione si fa prima di tutto gabbia dell’anima. E allora anche la natura stessa non sembra essere sufficiente per sfuggire, sembra anche essa schiacciare, facendo tornare alla mente il classico rapporto uomo/natura che per anni letteratura e arte ci hanno proposto.

Ma se quindi la Religione, la Fede potrebbe essere l’unica via di uscita, cosa succede quando viene a mancare anche quella? Quando è l’oppressione a comandare, l’imposizione di un culto dove non si colonizza solo un territorio, ma si cade nell’errore di cercare di colonizzare la mente di soffocare lì, dove si dovrebbe sbocciare? Ecco che queste domande diventano il fulcro dell’intera vicenda maestosa nella sua messa in scena, quanto importante nel suo racconto. Una pellicola che in tutto e per tutto si pone agli antipodi del film precedente di Scorsese, The Wolf of Wall Street dove era un’altro dio a comandare, il denaro ed il ritmo che ne assorbiva era quello del rumore fastidioso del motore di una macchina da soldi.

Silence è un film faticoso, sofferto che chiede molto a se stesso mentre invita lo spettatore ad un atto di fede nell’attendere i suoi tempi, la sua lentezza regalandoci momenti sospesi di estrema bellezza.

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