T2 – Trainspotting, la recensione del film con Ewan McGregor

Sono passati 20 anni da un cult senza tempo, da un film che mise fine ad un certo sguardo sulla Britannia, ad un funerale di una generazione perduta e sperduta, che guardava al futuro con paura e con il bisogno di evadere da una realtà attraverso la droga e l’alcool. Trainspotting è un film che, in un modo o nell’altro, ha segnato la storia del cinema, portando alla ribalta un regista grandioso e visionario come Danny Boyle e lanciando star come Ewan McGregor, Robert Carlyle e Jonny Lee Miller.

20 anni, tutto cambia, cambiano le prospettive, cambiano le consapevolezze, eppure, in qualche modo tutto rimane uguale.

Ma se in quel primo capitolo del 1996, come detto, si preparava il funerale di una generazione, è in questo T2-Trainspotting che si mette in atto la rinascita, il bisogno, l’istinto di scegliere la vita davvero la vita (come diceva quello spot degli anni ’90 contro la droga). Eppure, tutto questo, è permeato da una profonda tristezza, da un senso di inadeguatezza che attanaglia i protagonisti a 40 anni così come a 20 e questi sentimenti vengono trasmessi allo spettatore attraverso una scelta registica che si fa protagonista, si fa riflesso del mondo interiore, si fa demone e luce nel raccontare il ritorno a casa di Mark Renton e il suo ricongiungimento con gli amici Spud, Sick Boy e Begbie che non sembrano essersi mossi dalla posizione che avevano 20 anni prima.

Boyle prende il passato dei suoi ragazzi, i loro ricordi e li mixa, esattamente come viene remixata l’indimenticabile Lust for life dei Prodigy,  con il presente che si fa, ancora una volta, specchio della società, voce di una generazione.

La sorpresa principale,  e quella che può lasciare spiazzati, è la virata fortemente intimista di questo T2 che usa lo sguardo, le ferite sulla pelle, sotto gli occhi, ai lati della bocca nei sorrisi mancati, per raccontare storie di demoni e fantasmi. Un horror interiore dove qui non ci sono gli zombie finti, ipercinetici, di 28 Giorni Dopo, ma quelli reali, gli zombie-umani costretti a vivere in una vita-gabbia che li rallenta e sembra non permettere loro di andare avanti.

Un passato che si guarda con gli occhi del presente e che ancora segna, che allunga le sue ombre e si impossessa del presente (c’è un frame con protagonista Spud che ben rappresenta tutto questo ed è assolutamente da brivido).  T2 come Terminator, ragazzi invincibili, indistruttibili, ma che internamente iniziano a perdere pezzi, il tutto però raccontato senza perdere quella verve, quella mano d’autore di cui Boyle permea tutte le opere, strappandoci anche qualche sorriso, per quei 4 scapestrati che vicini ai 50 anni ancora non sanno cosa fare della propria esistenza.

Il regista di 127 Ore, inoltre, fa un passo ulteriore, dimenticandosi della centralità di Mark e trasformando il suo film in un’opera corale, dove ognuno ha il suo peso, dove è la vita, l’esistenza il perno centrale di tutto il racconto.

Un racconto che per Boyle vale proprio al fine introspettivo, al fine di dare un continuum emotivo e sentito a questa storia che però, per i fan di primo pelo, mancherà di quel quid, di scene memorabili degne di un film cult come questo, che scivola sulle ali della nostalgia, regalandoci comunque 2 ore di buon cinema e una lezione di regia per niente da poco.

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