The Founder, recensione del film su McDonald’s

Ancora un uomo che ha fatto la storia dell’America e poi mondiale al centro di una storia di John Lee Hancock, che dopo averci raccontato il grande cuore e la grande umanità di Walt Disney nel suo Saving Mr. Banks, colui il quale da anni fa sognare milioni di persone, ci pone davanti al suo antipodo, il fondatore di un altro culto tutto a stelle e strisce che si è espanso in tutto il mondo, quello di McDonald’s con The Founder.

Anni ’50, Ray Kroc è un rappresentante di frullatori con poche prospettive per il futuro, fino a quando si imbatte in un chiosco di hamburger nel bel mezzo del deserto della California. L’idea dei due fratelli McDonald che gestiscono questo nuovo ristorante sembra essere quella vincente, ma sarà Ray a prendere in mano il tutto trasformandolo nel colosso mondiale che tutti noi conosciamo.

A cosa saremmo disposti per raggiungere i nostri sogni: saremmo come il buon caro vecchio Walt che utilizza la pazienza e il dialogo per convincere l’autrice di Mary Poppins ad adattare il suo romanzo, o saremmo spietati e meschini come Kroc? Alla luce di questo, i due film di Hancock ci sembrano legati da un fil rouge invisibile, ma assolutamente necessario che svela luci ed ombre della realizzazione personale, senza prendere una posizione netta (anche se la insinua grazie ad una serie di personaggi di contorno), ma lasciando allo spettatore la libertà di giudicare.

Certo, difficile rimanere impassibili o patteggiare per quel “filibustiere” che è Kroc, un uomo capace di rubare un’idea, farla sua, snaturarla nell’ottimizzazione, prendendosi tutto dai due fratelli che si erano inventati la catena, anche il nome.

Ma se la prima parte dinamica con alcune battute taglienti messe al momento giusto funziona benissimo, nella seconda parte il ritmo comincia a calare a favore di discorsi economici che inficiano sulla tenuta dell’attenzione dello spettatore. Ad aiutare la riuscita complessiva dell’opera, però,  ci pensa il rinato Micheal Keaton che dopo anni di oblio, grazie a Birdman, è tornato a dimostrare il suo valore e qui, con le sue espressioni “da schiaffi”, risulta un perfetto ed aderente Kroc.

Nell’immaginario collettivo gli Anni Cinquanta sono brillantina, juke box, macchine fiammanti e pin up, Hancock ci mette davanti a questo, ma ci mostra anche il mondo dietro lo specchio, quel capitalismo che, proprio in quell’epoca ha iniziato ad allungare le sue mani, distruggendo sogni e pompandone altri.

The Founder, dunque, evita di essere didascalico nel raccontare il sogno americano, cosa che il film incarna in tutta la sua essenza. Sì perché Ray Kroc è il sogno americano, è l’esempio lampante di quello che il nuovo mondo ha da sempre promesso: chi è in basso può arrivare in alto. E poco interessano i mezzi con cui si arriva in cima. In questo Hancock è molto schietto, non nasconde dietro scuse gli atteggiamenti del suo protagonista, lo manda in pasto allo spettatore sapendo che se anche non verrà accettato, ne uscirà comunque vincitore per tutto quello che è riuscito a realizzare.

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