Get Out, 7 Minuti dopo la mezzanotte, I Peggiori: le recensioni

SCAPPA: GET OUT

Un budget ridotto, idee ben precise che Jordan Peele mette in scena con la voglia di far qualcosa di originale. Ed è per questo motivo che Scappa: Get Out è sicuramente uno dei progetti di genere horror più interessanti degli ultimi tempi. Candidandosi addirittura tra i film migliori di questa stagione.

Chris (Daniel Kaluuya), un giovane fotografo e artista afro-americano di New York, accetta di conoscere i genitori della sua fidanzata bianca Rose (Allison Williams), durante un weekend fuori città nella loro tenuta di famiglia. I genitori della ragazza Missy e Dean (Catherine Keener e Bradley Whitford) e il fratello minore Jeremy (Caleb Landry Jones) si dimostrano fin da subito gentili e accomodanti. Alcuni eventi e scoperte sempre più inquietanti, il comportamento enigmatico dei domestici afro-americani, non fanno che aumentare il sospetto di Chris che in quella casa niente sia come sembri.

A volte per creare un prodotto di qualità basta davvero poco. Non servono grandi effetti speciali e, soprattutto, non serve, per creare un film horror , dover usufruire del paranormale. Anzi, raccontando una storia che potrebbe essere reale, in quanto la minaccia arriva da persone (un po’ come fu per lo spagnolo e altrettanto bello Bed Time di Jaume Balaguerò) riesce a creare quello sgomento, quella scomodità che coinvolgono lo spettatore ad un livello superiore.

In più Peele, che ricordiamo qui essere al suo debutto alla regia, decide di trattare un tema come il razzismo, in maniera assolutamente nuova e più inquietante di qualsiasi opera prima d’ora. Ma se dal punto di vista tematico abbiamo qualcosa che va al di là del semplice intrattenimento, anche dal punto di vista tecnico il regista ci regala delle cose veramente buone, mettendo lo spettatore ad un livello superiore rispetto al protagonista, donandoci un incipit che già ci tiene sulle spine, senza però toglierci via il gusto della scoperta finale. Vorremo dire a Chris “non andare in quella casa”, ma se lui potesse sentirci e chiederci di dar lui una valida ragione non sapremo dirglielo. Possiamo dunque solo accompagnarlo, esternamente, e scoprire con lui i misteri legati a quella famiglia.

Il finale un po’ troppo conciliante, non rovina per certo una scrittura davvero buona per un film che supera il suo genere e ci regala uno di quei gioiellini da tenere ben impressi nella memoria.

7 MINUTI DOPO LA MEZZANOTTE

Armarsi di un pacchetto di fazzoletti non vi basterà. Dopo aver mietuto vittime con The Impossible, Juan Antonio Bayona torna con un film tratto dal romanzo omonimo di Patrick Ness, che riesce nell’unire la sua drammaticità al fantasy a commuovere, a raccontare con sincerità e senza mezzi termini il lutto imminente, lo scontro di un ragazzino con la malattia terminale della madre.

Si fatica a credere che le storie narrate dopo la mezzanotte accadano realmente: le ore buie proiettano la fiaba nel sogno e non si capisce se il gigantesco mostro (Liam Neeson) che emerge da un vecchio e imponente albero – 7 minuti dopo la mezzanotte – sia frutto dell’immaginazione del protagonista oppure no. Il dodicenne Conor (Lewis MacDougall) è convinto che la creatura alta 12 metri sia reale, soprattutto perché è stato a lui a evocarla per sfuggire alla solitudine della sua giovane esistenza. E il mostro si presenta, puntuale ogni sera sette minuti dopo la mezzanotte, alla finestra della sua cameretta a raccontare storie fantastiche che Conor ascolta avidamente, dimenticando per un attimo la malattia terminale della madre (Felicity Jones), la severità della nonna (Sigourney Weaver), la distanza emotiva e geografica del padre (Toby Kebbell), il bullismo di cui è vittima a scuola. Senza tralasciare il fatto che ha stretto un patto col mostro: alla fine del ciclo di fiabe, toccherà a lui raccontare la sua “verità”.

È un racconto di formazione, è un viaggio attraverso la malattia, ma vista dall’esterno, vista dagli occhi di un figlio che per affrontare la morte imminente della madre crea dalla sua mente un personaggio che lo mette davanti alle sue paure, alle sue difficoltà. È una lotta contro i propri demoni interiori trasposta e resa reale, è un percorso doloroso, simbolico, che Bayona padroneggia con destrezza, confrontandosi con i modelli di Spike Jonze e Guillermo del Toro. Connor è costretto a crescere e non come tutti i suoi coetanei: per lui il passaggio dall’infanzia all’adolescenza avviene attraverso il dolore e l’accettazione di esso, attraverso il forzato taglio del cordone ombelicale.

Certo, chi ha letto il libro sa la carica emotiva che si trascina dietro, sa che voltare la pagina costa fatica e riportare sullo schermo le stesse sensazioni era praticamente impossibile. Bayona fa del suo meglio e in parte ci riesce, in un crescendo che esplode nell’ultimo sogno e nella consapevolezza finale. La sua però è un’aderenza più formale che altro, che riesce visivamente ben a trasportare quanto scritto nella pagine di Ness, dimostrando però quanto sulla carta, un’opera di questo potenza e significato, possa funzionare sicuramente di più che in sala. Questo non toglie che sia uno di quei film devastanti (grazie però, ripeto, alla struttura narrativa di base), che vi faranno piangere per quasi tutta l’ora e quaranta.

I PEGGIORI

C’è un filone del cinema italiano, giovane, pop, fresco, che guarda ai film di Matthew Vaughn facendoli propri, divincolandosi dalla staticità della regia più classica. Ad aprire questo filone sono stati Sidney Sibilla e Gabriele Mainetti, con i loro film fumettosi e psichedelici, dando così la possibilità ad altri registi talentuosi di regalarci opere interessanti. Vincenzo Alfieri, protagonista e cineasta de I Peggiori fa proprio questo, ma aggiungendoci quel qualcosa in più che, se da una parte, per molti può togliere originalità, dall’altra invece gli aggiunge quel quid in più, dimostrando che si può prendere la struttura narrativa della più classica commedia all’italiana e adattarla ad una regia nuova e fresca, legata sempre di più alla cultura pop.

Massimo (Lino Guanciale) e Fabrizio (Vincenzo Alfieri) Miele, sono due fratelli squattrinati e senza prospettive che si barcamenano come possono nella speranza di garantire un futuro migliore alla sorella tredicenne Chiara (Sara Tancredi). Il tutto, in una città che non gli appartiene e di cui faticano ad accettarne usi e costumi, Napoli. Il giudice non aspetta altro per togliere loro l’affidamento della piccola. Devono trovare i soldi e devono farlo al più presto. Un furto mascherato sembra la cosa migliore non avendo valide alternative. Ma quella che era partita come una rapina, si trasforma in un gesto di grande eroismo cittadino. È così che, con l’aiuto di Chiara, danno inizio alla singolare attività: armati di maschere e micro-camere demolisco pubblicamente l’identità dei vari “furbetti del quartierino” che infestano il Bel Paese, trasformandosi in due improbabili “eroi a pagamento”.

I Peggiori con ironia prende in giro quella mania del cinema italiano di abusare del dialetto, creando qui una sorte di Torre di Babele dove non solo il napoletano e il romano si scontrano, ma anche il cinese creando dei misunderstanding linguistici, dai tempi comici davvero ben calibrati (lo scambio tra la commessa cinese e il personaggio di Lino Guanciale è magistrale).

Un film leggero in grado di far divertire, con una storia non del tutto scontata che si avvicina più alla struttura di un serial piuttosto che di un film, ma non per questo abbassandone la qualità. Una pellicola che ritrae uno spaccato di società, di giovani trentenni all’insegna del io speriamo che me la cavo e che lo fa con ironia, giocando con una regia fortemente dinamica, figlia del Batman di Tim Burton, di quel mondo degli anni Ottanta-Novanta, dove i registi come Alfieri hanno vissuto, portandosi dietro quella voglia di rendere pop un cinema, come quello nostrano, fin troppo legato al passato.

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