King Arthur – Il potere della spada: la recensione del film con Charlie Hunnam

Forse Guy Ritchie ci aveva abituato troppo bene. Forse il suo stile frenetico, senza respiro ha già fatto il suo tempo. Forse riportare sullo schermo la leggende di Re Artù non s’era da fare. Milioni di forse ci sarebbero, fattostà che  il suo King Arthur – Il potere della spada finisce per essere un esercizio videoludico di stile, che se incanta per la prima mezz’ora, finisce poi per stancare in una struttura narrativa priva di idee convincenti.

Cresciuto nei vicoli oscuri e dimenticati di Londonium al seguito di una scapestrata banda, inconsapevole del suo lignaggio, il giovane Arthur (Charlie Hunnam) estrae la spada leggendaria dalla roccia in cui è incastonata, diventando così il legittimo proprietario di Excalibur, nonché il sovrano predestinato del regno. Egli combatterà così il tiranno, nonché suo zio, Vortigern (Jude Law), che si è impadronito della sua corona dopo aver assassinato i suoi genitori.

Di certo le storie di Guy Ritchie non hanno mai brillato per trame intricate e complesse, anzi, molte volte, la loro linearità sono state il punto di forza in grado di esaltare il modo in cui il regista inglese riusciva a metterle in scena, attraverso un montaggio a tratti schizofrenico, in grado di svelare e celare, nel momenti più indicato, gli indizi utili al racconto (vedi come è funzionale nei due Sherlock Holmes da lui firmati con Robert Downey Jr.).

E questo King Arthur è Guy Ritchie in tutto e per tutto: il suo giocattolo preferito, il montaggio, è manipolato in tutti i modi possibili, le lotte e gli scazzottamenti non mancano, il rallenty è sempre lì pronto a sottolineare la “machosità” dei suoi protagonisti, tanto che più che a Camelot sembra sempre di stare in pub inglese e che passato, presente e futuro non siano poi elementi così importanti; quello che eravamo all’epoca, lo siamo anche oggi, sono forse solo cambiati gli abiti. Non c’è la classica cavalleria, tipica del genere, non ci sono inchini, qui tutto è ruvido, tutto è sporco, unto: dai corpi alle anime.

Ma se dal punto di vista visivo veniamo come travolti dal giocattolo di Ritchie, è dal punto di vista del coinvolgimento emotivo e della storia che il film inizia a fare acqua da tutte le parti. Non bastano un paio di scene ben confezionate, per portare a casa un buon film, perché queste alla fine finiscono per stancare e perdere l’attenzione dello spettatore più attento e pretenzioso, che cerca di grattare via quella crosta, senza però riuscire a trovare altro se non corpi e movimento.

Sono proprio questi corpi attoriali a dettare il ritmo della macchina da presa di Ritchie, che li segue, li esamina, li sorvola, senza mai pretendere di andare, ancora una volta, in profondità, fermandosi sui pettorali scolpiti e la mascella perfetta di Charlie Hunnam, concentrandosi sul pulsare dei suoi muscoli e dei suoi nervi parallelamente alla drammaticità teatrale di un Jude Law sopra le righe, pronto ad affacciarsi dal suo castello come dal balcone di San Pietro.

Dunque bisogna prendere King Arthur – Il potere della spada per quel che è; un video/gioco per ragazzi, che non si prende troppo sul serio, che lancia il suo messaggio di multirazzialità con una tavola rotonda in grado di accogliere asiatici, persone di colore e vichinghi. Se siete, quindi, in cerca di un divertissement senza pretese che vi bombarda gli occhi senza sfiorare il cuore, questo è il film che fa per voi, altrimenti spostatevi su altri lidi.

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