La biblioteca di Francesco Petrarca a Venezia – curiosità

Durante il proprio soggiorno a Venezia del 1362, Petrarca pensò che proprio la città lagunare avrebbe potuto accogliere degnamente la sua biblioteca. Trovò un accordo con il cancelliere della Repubblica Benintendi de’ Ravagnani,  e venne fatta la proposta allo Stato veneziano: il poeta avrebbe lasciato i propri libri all’Evangelista Marco “purché non si possano né vendere né separare”,tenuti “in un luogo sicuro… lontano dal fuoco e dalla pioggia”, affinché si conservino “perpetuamente per sua gloria, e utilità e piacere dei nobili e letterati cittadini”.

Petrarca avrebbe voluto che tutti fossero invogliati a lasciare, dopo la morte, i propri libri in questa biblioteca  “In tal modo si formerà un giorno una ricca biblioteca da pareggiarsi a quelle degli antichi”. L’unica cosa che chiese in cambio, fu una casa dove poter vivere sino alla morte e dove riunire i propri libri.

Il 4 settembre il Maggior Consiglio accettò la donazione e concesse  al poeta la casa delle due torri sulla riva degli Schiavoni.

Petrarca immaginava la futura biblioteca sorgere in luogo pubblico, vicino alla sede della Signoria magari, era il lungimirante disegno dell’istituzione di una pubblica biblioteca. Non si mise in atto, ma su quel l’idea si fondò la futura biblioteca di San Marco.

All’inizio dell’estate del 1367 Petrarca partì da Venezia, verso Pavia, l’allontanamento dalla città divenne  ben presto definitivo e i codici ebbero nuova destinazione.
Entro il 1368 i libri, infatti, giunsero a Padova e ad Arquà, sua ultima dimora concessagli da Francesco Novello. I Carraresi poterono avere il meglio della biblioteca, alla morte del poeta occorsa nel 1374.

La leggenda dei libri petrarcheschi a Venezia

Ma c’è una leggenda suggestiva, che ha ammaliato molte generazioni di studiosi a partire dal Seicento,  che vuole come esistente, tra il Palazzo Ducale e la nuova Biblioteca di san Marco sorta nel frattempo, il residuo della cospicua e misteriosa biblioteca che il Petrarca aveva destinata a Venezia nel testo della donazione del 1362.

L’insieme dei codici, cosiddetti petrarcheschi al momento del ritrovamento, non era tuttavia che un ‘tesoretto’ di trasandatezze e incurie ma anche di scarti operati intenzionalmente.

 

fonte http://marciana.venezia.sbn.it/

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