Philip Rylands – A Life in Art

D.R. : Professor Rylands, lei arriva a Venezia nel 1970 da studente universitario, ha studiato l’età di Tiziano, si è laureato a Cambridge con una tesi su Palma il vecchio. Dal 1980 amministra la Collezione di Peggy Guggenheim che con le sue opere ha sconvolto l’arte classica presentando le tendenze delle avanguardie del ‘900, da Picasso a Pollock, da Fontana a Rothko. Ritiene che la conoscenza della storia dell’arte sia ancora essenziale per affrontare e comprendere le tendenze del contemporaneo?

P.R. : Ritengo che la storia dell’arte abbia ormai poca rilevanza nell’attuale produzione di cultura artistica. Il contemporaneo si fa spesso portavoce di una coscienza morale e sociale per combattere le ingiustizie, con la convinzione che gli artisti stessi possano fare qualcosa per migliorare il mondo, fra allestimenti, performance, video e mixed media assemblage. In tutto questo trova molto spazio la storia dell’arte recente, diciamo dalla seconda guerra mondiale in poi; ma la storia dell’arte meno recente, che include Cézanne e i post impressionisti, e ancora Velazquez, Rubens o Paolo Veronese, è oggi in parte emarginata, se non raramente in termini di citazioni post-moderne e appropriazioni più o meno superficiali e strumentali.

La Collezione si prepara alla grande kermesse artistica della Biennale annunciando l’importante retrospettiva su Mark Tobey. All’edizione del 1948 Giulio Carlo Argan presenta la collezione di Peggy lanciando la rivisitazione delle avanguardie e quindi del dibattito sull’arte contemporanea. Oggi quali sono i rapporti con la grande istituzione veneziana?

In effetti se facciamo una panoramica delle Biennali dal 1948, anno della Biennale curata da Roberto Longhi, degli Impressionisti e della prima presenza di Picasso, al 1962, notiamo un processo di recupero delle avanguardie del Novecento, e ciò accade anche grazie alla selezione fatta da Peggy Guggenheim delle opere appartenenti alla sua collezione ed esposte nel padiglione greco durante la Biennale del 1948. Giulio Carlo Argan cercò eroicamente di capire la collezione di Peggy nella sua prefazione al catalogo della Biennale, ma non è del tutto riuscito in questo arduo compito. Infatti chi torna oggi a leggere il testo lo troverà in parte confuso e privo di forza.

In questi ultimi anni la Collezione ha dedicato molte energie ai giovanissimi lanciando il Kids creative Lab un importante progetto educativo di grande successo rivolto alle scuole, quest’anno dedicato alla sostenibilità e alla salvaguardia. Secondo lei in Italia cosa si potrebbe fare di più per avvicinare i giovani ai musei?

Il successo di Kids Creative Lab, a parte il fondamentale sostegno di OVS che con una struttura capillare su tutto il territorio italiano è riuscito coinvolgere quest’anno oltre 1.400.000 bambini delle scuole elementari, dipende molto dall’entusiasmo degli insegnanti, che beneficiano anche dalla gratuità del progetto. Quindi I programmi didattici rivolti agli insegnanti sono senz’altro tra le chiavi di successo del museo, come ad esempio ‘A scuola di Guggenheim’ che la Collezione Peggy Guggenheim porta avanti con il sostegno della Regione del Veneto da oltre dieci anni e che è rivolto a tutte le scuole del Veneto. Cosa fare di più? Credo che tutti i musei italiani vedano nell’offerta didattica un modo fondamentale per svolgere la propria missione sociale ed educativa.

Recentemente ha annunciato il suo addio alla Collezione. Ammettiamo che Peggy fosse ancora tra noi e per ringraziarla dell’enorme impegno profuso in questi anni le offrisse l’opportunità discegliere un’opera tra quelle della Collezione. Quale sceglierebbe?

Non ho difficoltà, nonostante l’elevato numero di capolavori nella Collezione, a scegliere “Verso l’alto” di Vasily Kandinsky, squisito nei colori, le forme, la tecnica e la composizione. Essendo Kandinsky fra i cinque o sei maestri più grandi della prima metà del ‘900, possedere una sua opera è senz’altro una grandissimo privilegio.

Un’ultima domanda, lei è inglese, anche se possiamo dire che Venezia è ormai la sua città d’elezione. A parte Ca’ Venier dei Leoni, esiste un luogo di questa città che ama particolarmente o che le ricorda qualcosa di caro?

Nel 1970, durante la mia prima visita a Venezia, ho trascorso diverse ore nella chiesa dei Frari, a realizzare un disegno del ‘San Gerolamo’ di Alessandro Vittoria, immerso nella luce rosea circostante, dovuta all’intonaco rosso delle pareti e al pavimento in marmo di Verona, e avvolto dal profumo di cera e incenso. Le magnifiche pale d’altare di Giovanni Bellini e del giovane Tiziano, oltre a Giuseppe Salviati, Bernardino Licinio, Bartolomeo e Alvise Vivarini, costituiscono secondo me un microcosmo del rinascimento veneziano.

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