Amore e Inganni – La recensione del film tratto da Jane Austen

Bastano i primi 30 secondi. Il primo sguardo disincatato verso quel mondo in costume che tanto ci rassicura, basta pochissimo davvero per capire che Amori e Inganni ha qualcosa di assolutamente diverso da qualsiasi altro dramma adattato dai romanzi di Jane Austen.

Forse perché questa pellicola di Whit Stillman (quello di Damsel in Distress presentato qualche anno fa alla Mostra del Cinema di Venezia) decide fin da subito di prendere le distanze dal passato, dai vecchi sceneggiati BBC o film per il grande cinema, imbastendo un’opera quanto più fedele all’intelletto di miss Austen, tanto da poter pensare che se fosse viva ai nostri giorni e si fosse messa dietro una macchina da presa, il suo Lady Susan lo avrebbe portato sullo schermo esattamente così.

La storia è quella, ovviamente, di Lady Susan Vernon (Kate Beckinsale) vedova scaltra che per scoprire nuovi pettegolezzi che circolano nell’alta società, decide di trascorrere una vacanza a Churchill, una lussuosa tenuta proprietà della famiglia del marito. Quale miglior modo di approfittare del soggiorno che scovare e assicurarsi, con la complicità della sua confidente Alicia Johnson (Chloë Sevigny), un nuovo marito ricco per se e un buon partito per la figlia, Frederica.

Il libro da cui è tratto è uno di quelli meno conosciuti della scrittrice inglese, appartenente alle sue opere giovanili, e rispecchia con maggiore irruenza e passione il tipico pensiero della Austen per la quale tutte le convenzioni sociali altro non sono che una prigione per le donne, verso le quali si diverte, con estrema leggerezza e spontaneità, a sovvertire il tutto, aggiungendoci anche un pizzico di vendetta, elemento che poi nella produzione successiva rimarrà molto più sfumato fino a quasi a sparire del tutto.

In questo materiale così interessante e ricco di spunti, Stillman ci sguazza con ironia ed intelligenza, mettendo in scema un dramedy dalle forti connotazioni teatrali, che fa il verso agli sceneggiati senza mai diventare grottesco, giocando moltissimo con la fisicità dei suoi protagonisti. Scegliere infatti come Lady Susan un volto come quello di Kate Beckinsale è una scelta azzardata, coraggiosa e che, però, paga. Perché il suo opporsi alla vedovanza è un opporsi prima di tutto fisico, che si fa carico della sua forza sensuale per manipolare tutto e tutti a suo favore. Stillman mette quindi caratteristiche alquanto moderne e contemporanee in un personaggio che però deve vivere in un’altra epoca, in un altro tempo, rompendo già il primo schema. Chi le sta attorno, il resto del cast, è volutamente omologato, tutto molto simile, con facce che si somigliano, permettendo così alla donna protagonista di stagliarsi e farsi notare.

Ma in Amore e Inganni c’è qualcosa di più, c’è un andare contro il canovaccio tipico della commedia in costume tutta amore e sentimento, dove per la pratagonista si parteggia sospirando ad ogni scena. Per Lady Susan non si prova simpatia, tutt’altro e il regista fa di tutto per evitare il sentimentalismo, l’amore, ma permea la sua sceneggiatura di quello che in inglese si chiama “wit“; l’umorismo intelligente. La sua Lady Susan è quella che vorrebbe vedere la stessa Austen: non cerca l’approvazione del mondo, ma ostenta il suo godersi la libertà, ponendo la sua intelligenza al di sopra di tutto e tutti, pur consapevole del suo corpo e delle sue fattezze.

Non siamo davanti, ovviamente, ad un film che cerca di farvi sbellicare dalle risate, ma di regalarvi quel mezzo sorriso, posto lì con intelligenza e con un estremo rispetto verso l’opera originale, facendo leva su un inteccio rapido e su, cosa ancora più importante per chi, come noi, di film di genere ne ha visti moltissimi, una battaglia contro le convenzioni di genere e la società in cui si inserisce.

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