Marco Paolini  interroga il mito di Ulisse

Presente e passato si rincorrono in un fitto ordito fatto di parole e musica

L’artista porta in scena le memorie di un Ulisse non più guerriero ma calzolaio.

Smessi i panni dell’eroe sono ormai dieci anni che l’uomo perpetua il suo peregrinare, camminando verso non si sa dove con un remo in spalla.

Impossibilitato a sottrarsi a un destino di morte e violenza voluto dagli dei, Ulisse si auto infligge la più dura delle punizioni, rinunciando al trionfo e all’immortalità e obbligandosi a un nuovo esilio.

Il protagonista è dunque un pellegrino solitario e invecchiato, che non ama svelare la propria identità e che tesse parole simili al vero. Si nasconde, racconta fandonie, s’inventa storie alle quali non solo finisce col credere, ma che diventano realtà e addirittura mito.

Alla regia Paolini ritrova Gabriele Vacis, che gioca con tutti gli artisti presenti in scena, superando divisioni nette tra musica e parole per creare un’unica grande partitura teatrale, dove ogni singolo interprete diventa funzionale al racconto.

Un affondo nel contemporaneo, un “de profundis” che annuncia l’inevitabile fine degli eroi.

A Venezia

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

X